Torino e il caos invisibile (e un breve flusso di coscienza)

Questa cosa di fare sempre ordine e andare per priorità non mi sta più bene. Non adesso, almeno.

Sì, perché poi finisce che metti sedute composte pure quelle cose che nascono proprio per essere caos.

Anche questo spazio in cui Torino sono io, che ho sospeso da qualche tempo per dedicarmi (per l’appunto) a un paio di priorità, è nato anche per essere caos. Che a farla un po’ HBO suonerebbe tipo: il mio caos e la città.

Ma questa non è una città come tante. Lei è impeccabile, razionale, quadrata… Lei il caos non ce l’ha. O almeno, non fuori. Non si permetterebbe mai. Perché, come direbbero qui – mica a caso – non si osa.

Questa città ha il caos invisibile. 

Eppure io li sento, la sera, quando me ne sto sdraiata fuori in balcone con il libro sulle gambe, le madri che urlano ai figli, i figli che maledicono Dio, i padri che sbattono la porta alle spalle. Una donna che canta a squarciagola sotto la doccia.
Anche quel tizio, giù in strada, che ha appena detto al cane – sguinzagliato, davanti a sé – di girare a sinistra… Anche lui, di certo, qualche guerra ce l’avrà.

Ed è come se al calare della sera, finalmente, questo posto, esplodesse di rancori, di bisogni inespressi, di felicità sconsiderate, di nostalgie canaglie.

E a me viene come un sollievo.

Allora, interrompo la mia lettura e resto in ascolto.
Non è curiosità morbosa. Non lo è davvero. È solo una specie di bisogno di mescolarmi con gli altri. Per stare insieme un momento, accomunati dal caos, ognuno nel suo e ‘libera per tutti’.

(…)

Adesso però è tempo di fare ordine.

Tornerò presto.

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